Per un Socialismo Democratico
Da Economia e Società:
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Dal fallimento di questo “esperimento” (ndr. socialismo reale) si esce non soltanto restituendo ai lavoratori la proprietà, ma invitandoli anche a organizzarsi collettivamente, su basi volontarie, per gestire nel migliore dei modi la proprietà ricevuta: beninteso, non in direzione dell’idea del “privato sociale” (che è l’uso capitalistico della proprietà dietro la giustificazione della sua rilevanza sociale), ma in direzione della proposta di un “collettivismo libero”, lontano sia dallo statalismo che dall’individualismo e dal corporativismo.
Se i lavoratori hanno fatto crollare lo Stato socialista significa che essi avevano delle esigenze sociali di giustizia e di libertà fortemente sentite e represse; ora però devono saper dimostrare d’essere sufficientemente maturi per organizzare l’autogoverno socialista. Infatti un’economia pianificata non presuppone necessariamente che il suo soggetto attivo debba essere lo Stato, cioè un’amministrazione centralizzata, che si serve del decentramento solo per essere più efficiente. Piano e mercato possono convivere se i soggetti che li muovono e li organizzano sono gli stessi. Tutti i ritardi inerenti alla odierna ristrutturazione dell’economia socialista sono dovuti al fatto che è più facile distruggere le istituzioni che creare nuovi rapporti sociali. Ciò che soprattutto pesa è il condizionamento che abitua gli uomini ad aspettarsi dall’alto la soluzione dei loro problemi.

