Opportunità di lavoro e rapporti sociali più “umani”
Opportunità di lavoro
Come molti ricorderanno, gli agricoltori si lamentano e fanno manifestazioni pubbliche perché il loro lavoro è sempre meno remunerato tanto che spesso fanno fatica a pagarsi i costi di impianto e gestione; neanche a parlare poi di utilizzare manodopera regolare. Per questo un numero sempre maggiore di terreni resta incolto, soprattutto quelli che presentano difficoltà per l’uso di macchinari perché sono scomodi, troppo piccoli, ecc. Ad es. la raccolta delle olive in piccole coltivazioni non consente l’uso delle macchine e richiede molto lavoro che, se pagato adeguatamente, costerebbe troppo al proprietario degli ulivi. Per questo, molti proprietari preferiscono pagare con dell’uliva o con l’olio.
L’esempio ci offre lo spunto per immaginare nuovi spazi per opportunità di lavoro.
Opportunità di lavoro
Meno lavori, più precari
Da Il Punto Rosso:
Dall’inizio della crisi sono un milione e duecentomila (per l’esattezza 1.201.391) i posti distrutti fra i lavoratori italiani (i dati delle indagini forze lavoro sugli immigrati sono viziati dalle procedure di regolarizzazione). Mentre all’inizio della recessione, le perdite occupazionali erano concentrate tra lavoratori con contratti a tempo determinato (CTD) e nel parasubordinato, nell’ultimo anno ci sono stati licenziamenti anche fra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato (CTI). Anche se la probabilità di perdere il lavoro continua ad essere da quattro (per chi ha un CTD) a quindici volte (per chi ha un contratto di collaborazione) più alta per i lavoratori precari che per chi ha un CTI (vedi Grafico 1), i lavoratori con CTI sono ancora più numerosi.
Originale
C’era una volta il lavoro
Da Il Punto Rosso:
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L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che a fine 2009, a causa della crisi, i disoccupati sarebbero aumentati in totale di 50 milioni, e 200 milioni di lavoratori sarebbero stati risospinti in condizioni di povertà estrema. In Usa vari istituti stimano che il tasso reale di disoccupazione, il quale include coloro che hanno smesso di cercare lavoro perché scoraggiati da troppi mesi di tentativi, nei primi mesi del 2010 superasse il 16 per cento, a fronte del 10 per cento rilevato dal Bureau of Labor Statistics. In cifre assolute la prima percentuale corrisponderebbe a oltre 25 milioni di disoccupati. In Cina, a fine 2009 si calcolava che almeno 23 milioni di lavoratori avessero perso il posto che avevano trovato nelle città, e fossero rifluiti nelle campagne da cui erano emigrati – dove l’agricoltura non è più in grado di accoglierli.
In ambito Ue, secondo la Commissione europea a fine 2009 i senza lavoro erano il 9,5 per cento, con punte del 19 per cento in Spagna, percentuale corrispondente in totale a poco meno di 23 milioni di persone. In Italia, a fine anno il tasso di disoccupazione era dell’8,5 per cento, pari a 2,3 milioni di persone. Va aggiunto che, ove si fossero contati anche in questo caso coloro che hanno smesso di cercare attivamente lavoro – condizione che occorre dichiarare per poter venire tecnicamente inclusi nelle rilevazioni statistiche dei disoccupati – la percentuale sarebbe stata presumibilmente vicina a quella americana, e il totale di disoccupati nella Ue sarebbe salito verso i 30 milioni.
Le medie nazionali o aggregate occultano però la gravità della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni . Nella Ue il tasso medio a fine 2009 toccava il 21,4 per cento di tale fascia di età, ma sfiorava il 30 per cento in Italia, superava tale quota in Lituania e Lettonia, e toccava addirittura il 40 per cento in Spagna.
La disoccupazione costituisce di per sé un costo personale e sociale rilevante, ma la crisi tende a provocare anche il progressivo degrado delle condizioni in cui operano coloro che un qualche tipo di lavoro ancora ce l’hanno. Il degrado delle condizioni di lavoro è riscontrabile in tre ambiti: lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione informale; l’aumento dei lavoratori precari con contratti atipici e il peggioramento della qualità del lavoro nell’economia formale; l’aumento del numero dei lavoratori poveri.
L’occupazione informale rappresenta in tutto il mondo il regno della totale assenza di contratti formali, quindi di diritti, regole, criteri pubblici per la determinazione di retribuzioni e orari di lavoro, per non parlare di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.
Originale
Per un Socialismo Democratico
Da Economia e Società:
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Dal fallimento di questo “esperimento” (ndr. socialismo reale) si esce non soltanto restituendo ai lavoratori la proprietà, ma invitandoli anche a organizzarsi collettivamente, su basi volontarie, per gestire nel migliore dei modi la proprietà ricevuta: beninteso, non in direzione dell’idea del “privato sociale” (che è l’uso capitalistico della proprietà dietro la giustificazione della sua rilevanza sociale), ma in direzione della proposta di un “collettivismo libero”, lontano sia dallo statalismo che dall’individualismo e dal corporativismo.
Se i lavoratori hanno fatto crollare lo Stato socialista significa che essi avevano delle esigenze sociali di giustizia e di libertà fortemente sentite e represse; ora però devono saper dimostrare d’essere sufficientemente maturi per organizzare l’autogoverno socialista. Infatti un’economia pianificata non presuppone necessariamente che il suo soggetto attivo debba essere lo Stato, cioè un’amministrazione centralizzata, che si serve del decentramento solo per essere più efficiente. Piano e mercato possono convivere se i soggetti che li muovono e li organizzano sono gli stessi. Tutti i ritardi inerenti alla odierna ristrutturazione dell’economia socialista sono dovuti al fatto che è più facile distruggere le istituzioni che creare nuovi rapporti sociali. Ciò che soprattutto pesa è il condizionamento che abitua gli uomini ad aspettarsi dall’alto la soluzione dei loro problemi.

